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Carlotta Corday. 187


rivelargli gravi segreti, riesce a penetrare da Marat . Egli era infermo, nel bagno, securo, senza sospetto, incapace di difendersi. Le due vecchie che lo assistevano, avendo per suo cenno fatto passar Carlotta, s’erano ritirate.

Cominciò a parlarsi del Calvado e del deputato e dell’amministratore di Caen, onde ella gli avea scritto ch’era giunta di fresco. Marat ne chiese i nomi, giurando che li farebbe subito ghigliottinare a Parigi. Questo scoppio di ferocia raffermò l’animo titubante di Carlotta, che trasse il pugnale e l’uccise.

Accorre gente; è arrestata; maledetta. Ella si mette le mani al volto, quasi per raccogliersi e assicurarsi della giustizia dell’assassinio; francheggiata dalla sua coscienza, non bada più al furore della plebe.

Fu tratta innanzi al Tribunale rivoluzionario. Chaveau Lagarde

ebbe il carico di difenderla.

«L’accusata (egli disse) confessa freddamente l’orrendo misfatto ch’ella ha commesso; confessa freddamente di averlo lungamente premeditato; confessa le più orribili circostanze dell’assassinio; brevemente: ella confessa tutto, e non cerca neppure di giustificarsi. Ecco, o cittadini giurati, tutta la sua difesa. Questa sua calma imperturbabile e questa intera abnegazione di sè dimostrano ch’ella non sente alcun rimorso, e, a dir così, a fronte della stessa morte, questa, calma e questa abnegazione, sublimi per un certo canto, non sono naturali, e non possono spiegarsi che per l’esaltazione del fanatismo politico che le ha messo in mano il pugnale. Ora sta a voi, cittadini giurati, il giudicare di qual momento debba essere questo riflesso morale nella bilancia della giustizia; io me ne rimetto alla vostra saviezza.»