Pagina:Canne al vento.djvu/242

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 234 —

disse un giovane sciancato: — come va che chiedi l’elemosina?

— Ho un male segreto che mi consuma e mi impedisce di lavorare, — rispose Efix, ma ebbe vergogna della sua bugia.

— Dio comanda di lavorare finchè si può: potessi lavorare, io; oh, come sono felici quelli che possono lavorare!

Efix pensava a Giacinto, divenuto allegro e buono dopo che aveva trovato da lavorare, e si domandava con rammarico se non aveva ancora una volta errato abbandonando le sue povere padrone.

Così andava andava ma non trovava pace; e il suo pensiero era sempre laggiù, fra le canne e gli ontani del poderetto. Specialmente alla sera, se un usignuolo cantava, la nostalgia lo struggeva.

— Che penserà don Predu che mi aspetta con la risposta di donna Noemi? Ma Dio provvederà: e provvederà bene, adesso che io col mio peccato mortale e con la mia scomunica sono lontano da loro.

E andava, andava, in fila coi mendicanti, su, su, attraverso la valle verde di Mamojada, su, su, verso Fonni, per i sentieri sopra i quali, nella sera nuvolosa, i monti del Gennargentu incombevano con forme fantastiche di muraglie, di castelli, di tombe ciclopiche, di città argentee, di boschi azzurri coperti di nebbia; ma gli sembrava che il suo