Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/132

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e sui massi granitici della scogliera; quello strano intreccio di vele e di sartiame disegnantesi netto sul cielo oscuro, in mezzo ai fanali rossi, verdi, azzurri, pari a pupille di mostri marini saliti a fior d’acqua e intenti a guardare, le avevano prodotto, di primo colpo, un’impressione di sgomento.

E tendeva l’orecchio ai diversi rumori che si levavano, ad intervalli, nell’oscurità della notte, da quell’intreccio di sartie, di vele, di antenne e di enormi moli nere, accovacciate fra il brulicante luccichio delle acque. Una catena strideva all’improvviso, precipitosamente:

— Tirano su qualche ancora?

— No, caricano una stiva.

Di laggiù, in fondo, presso alla dogana, monotoni, quasi lamentosi, rispondevano gli Oh! Oh!... Oh! Oh! dei marinai, e qualche fischio di comando.

Procedettero a passi lenti, assorti in quell’immensità, aspirando a piene nari la salsedine marina e il sito di catrame che impregnava l’aria pungente.

Poco dopo, cessato ogni rumore, il mare sonnecchiava dentro il porto, con le barche cullantisi tra gli spruzzi delle brevi ondate; e dietro il fanale, che brillava intermittente in cima alla torretta bianca del faro, l’immensa distesa dell’Adriatico tremolava, per un gran tratto, sotto gli argentei riflessi della luna.

— Quei punti luminosi, lontani, sono barche di pescatori — disse Andrea.

— Poveretti!

Giacinta si strinse tutta a lui che già la teneva tra le braccia.

— Com’era dolce il sentirsi così calda sul petto del suo Andrea, al cospetto del mare e del cielo, sotto quelle vive punture della brezza notturna!