Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/133

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Addossato ad un pilastro di granito, coi piedi sulla grossa corda avvolta intorno alla base di esso come un interminabile serpente, Andrea però avrebbe fatto a meno, molto volentieri, di quel capriccio di donna innamorata:

— Col pericolo di farsi scoprire! — egli pensava, tirando su il bavero del soprabito.

Si sentiva intirizzire; e non era punto tranquillo:

— Perchè stavano lì, in quell’umido?

Pure l’abbracciava forte, le dava dei baci, come per persuadersi che non sognasse:

— Ell’era la sua amante!

Lo credeva appena ancora!

Giacinta gli si rannicchiava addosso, quasi per frugarvi dell’altro calore, muta, spingendo gli occhi in quell’orizzonte buio che fuggiva, infinito, dietro il fantastico intreccio delle sartie e dell’antenne.

E su quel fondo oscuro, vedeva passarsi dinanzi, rapidi, sfolgorando un istante, in una vertigine della memoria, tutti i tristi ricordi del suo passato.

— Quanti dolori!... Quante umiliazioni!... Quante lotte! Com’era stata infelice!

Le ondate che si spezzavano sulla scogliera rumoreggiavano più forte.

— Il mare parla — disse Giacinta riscotendosi. — Non par di sentire i lamenti di creature che soffrono laggiù nella profondità dell’acqua?

— Se vedessi il golfo di Napoli! Che spettacolo!

— Ah!... Napoli! — ella rispose, distratta.

S’intesero i tocchi argentini d’un orologio, che disperdevansi, ondulando, lontano lontano.

— Le tre e un quarto! Sii ragionevole, andiamo via.

— Andiamo.

E gli prese il braccio.