Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/145

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Tutto il passato crollava, sprofondandosi in quel nuovo immenso abisso di dolcezza. Il suo stato non la irritava più con le brevi ma acute trafitture di tutti i momenti, ch’ella spesso non distingueva se di sdegno o di rimorso. Si sentiva giustificata, si sentiva assolta. Di tutto il fuoco dei suoi odii rimaneva appena un pugno di cenere. A che curarsi del mondo! Aveva un mondo a parte, tutto suo; e vi si assorbiva.

Neppur suo marito le repugnava allo stesso modo di prima.

La sera, dopo cena, quando veniva ad accompagnarla fino all’uscio della camera — Giacinta e il dottor Balbi avevano voluto così — ella si lasciava baciare, indifferentemente, come da un fratello. Una volta gli aveva anche reso il bacio, presa da compassione nel vederlo così arrendevole, ubbidiente come un animale domestico, con tutte quelle sue insulsaggini di mezzo grullo. E il povero conte, dalla allegrezza, s’era messo a batter le mani:

— Lasciami aiutarti a spogliare!

Glielo chiese in grazie quella sera, e Giacinta non ebbe il coraggio di dirgli di no.

Marietta dovette starsene da canto.

Con le mani nelle tasche del grembiule bianco, battendo nervosamente un piede, si mordeva le labbra, per non ridere del padrone che stentava a cavar una buccola alla signora!

XII.

La signora Ernesta Villa era andata dalla Marulli a un’ora insolita, verso le undici di mattina:

— Devo parlarti a quattr’occhi.