Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/152

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E non sapeva frenarsi di far suonare sul pavimento i suoi piccoli tacchi, come per mettersi subito in diretta relazione con quel nido grazioso e allegro, ch’ella avrebbe ideato tal quale se avesse dovuto farlo costruire di pianta.

— Tolti due o tre palazzi antichi e qualcuno dei moderni, la sua modesta palazzina era quella che faceva più figura nella città, dava nell’occhio. Che vita intima e tranquilla voleva passare, col suo bimbo, lì dentro!... Era un bimbo, senza dubbio; doveva essere un bimbo... Se lo vedeva dinanzi!

E canterellava, felice di quel rimuginio di delizie future; e, di tanto in tanto, s’affacciava a una finestra o al terrazzino di centro:

— E Andrea che non viene più! È già trascorsa un’ora dall’ora fissata! Che se ne sia dimenticato? Non gliela perdonerei.

L’accolse un po’ imbroncita quand’egli, da lì a pochi minuti, arrivò; e lasciò che il conte lo prendesse per una mano e lo menasse attorno, col sussiego compiacente di padrone di casa.

— Bello, è vero?... Magnifico! Che ne dite? Queste stanze non vi sembrano scatoline da confetti? Le preferisco agli stanzoni antichi dagli usci immensi, dalle finestre immense, che rimangono sempre mezzi al buio... Ho ragione?... No?... Non ho ragione?... Parlate...

— Già! Già! — rispondeva Andrea, distratto.

La signora Teresa aveva corrisposto appena con un cenno del capo al saluto di lui; e s’era affacciata al terrazzino, diventata seria tutt’a un colpo.

— Che significava? Evidentemente l’aveva con lui... Forse sapeva tutto, e gli dichiarava la guerra!

Per via, Andrea trovò modo di farne motto a