Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/160

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Pure, l’idea che i Porati non avessero voluto salutarlo gli fece stringere i denti.

Il Caffè della Pantera rigurgitava.

In fondo, attorno al tavolino, Andrea vide il Merli, il Ratti, il Gessi, il capitano Ranzelli e due altri ufficiali, che discutevano animatamente e ridevano a scoppi. Andando verso di essi, volgeva gli occhi da ogni parte, in cerca di un posticino.

— Nè una seggiola, nè uno sgabello!

Due avventori s’erano già rassegnati a bere la loro birra in piedi, appoggiati all’orlo del banco coperto di zinco, lucentissimo, dietro cui sedeva il padrone colla papalina di velluto nero. Andrea tirò diritto fino al tavolino dei suoi amici.

— Buona sera.

— Oh!... Buona sera.

Intanto nessuno gli strinse la mano, nessuno mostrò l’intenzione di volergli far posto; continuarono a ragionare e a ridere, come se egli non fosse stato lì. Anzi il Merli, che gli voltava le spalle, non gli aveva neppure risposto buona sera. Andrea si frenò a stento.

— Quel merlo — lo chiamava spesso così — meritava un lattone, per imparare la buona creanza...

Ma girò i tacchi, coll’aria di chi si affretti a raggiungere una persona vista da lontano. Una gran risata gli corse dietro, quasi provocazione.

— No; è un effetto della mia immaginazione alterata — pensò, fremendo.

E, acceso un sigaro, svoltò pel Corso Vittorio Emanuele, dove il passeggio continuava con l’ordinaria folla serale che vuol godersi la domenica. Poco discosto dalla Banca nazionale, Andrea riconobbe l’ingegnere Villa, la sua signora e le due Maiocchi; scendevano incontro a lui dal lato sinistro.