Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/219

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vira, al vederlo socchiuso, si fermò: e accese un altro cerino.

— Era una dimenticanza?... O la povera ragazza, sentitasi venir male, aveva aperto l’uscio, chiamato al soccorso, e nessuno aveva udito?

Stava per affacciarsi dentro, ma si trattenne:

— No; poteva sembrare una sconvenienza.

E, sempre in punta di piedi, passò oltre.

Appena Elvira, agitandosi sul letto, fu ripresa dalla tosse, Andrea si mise ad origliare dietro l’uscio chiuso a chiave, che separava le due camere:

— Povera ragazza! Dorme così poco la notte!

Al tossicchiare dell’ammalata egli provava, ogni volta, un senso di oppressione al petto, un’intima commozione dolorosa, della quale, intanto, si compiaceva. Quella sera però, il ricordo della scena con Giacinta lo spingeva, negli intervalli di silenzio, a divagare:

— Come s’era impigliato da sè stesso in una rete più fitta! Gli accadeva sempre così! Geloso, lui? Nemmeno per sogno. Avrebbe abbracciato con gratitudine chi fosse riuscito a soppiantarlo... Sì? Menti. Alle strette, diventi vile! — egli s’interrompeva, apostrofandosi a bassa voce. — Perchè non era stato coi volontari di Garibaldi? Non gli era bastato l’animo. La sua schiavitù, in fondo in fondo, non gli dispiaceva!

Se la rinfacciava, spietatamente, per incitarsi con la vergogna, insistendo, ecco nell’altra camera un lieve rumore di tazza o di bicchiere posato sul marmo:

— Povera ragazza! Ingoia tanti intrugli!... E sarà inutile: morrà consunta!

Al brivido che gli corse per la schiena restò immobile, cogitabondo.