Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/220

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E mentre la gentile figura d’Elvira gli sorrideva pietosamente nella fantasia, come una bella visione inondata di mite luce argentea, ecco l’altra, quella di Giacinta, che gli si piantava di faccia, muta, senza un gesto, terribilmente irta di rimproveri...

— Che colpa n’aveva lui? C’entrava forse la volontà nel mutamento del suo cuore? Non si ama quando si vuole, ma quando si può. Ah! La sua vera e sola colpa era il mentire! Che vita!... Che catena!... Dio, come le si spezza il petto a questa povera ragazza!

Lo scricchiolio del lettino ad ogni scossa di tosse, gli pareva proprio quello di tutte le costole del magro corpicino dell’ammalata.

Stette ancora un pezzo in ascolto; poi, sentendosi intirizzire, cominciò a spogliarsi. E così in maniche di camicia, aperto senza far rumore un cassetto per riporvi delle carte, trasalì alla vista del ritratto di Giacinta, che, ora tenuto nascosto, gli era balzato sotto gli occhi come un’improvvisa apparizione.

La testa china da una parte un po’ indietro, con lo sguardo intento che pareva volesse penetrargli sino al fondo del cuore, la bocca ingrandita dall’esagerazione delle ombre, le labbra quasi sarcastiche, il mento rilevato, che spiccava sul nastro di velluto nero attorno al collo; l’atteggiamento della persona, con quella tunica di felpa bianca, dal largo bavero, allacciata con grossi cordoni, il gesto con cui teneva fra le mani il ventaglio; tutto le dava un aspetto civile e superbo che in realtà non aveva.

Andrea la guardava, scrollando il capo:

— Era ben cambiata!... Ah! I bei giorni del loro amore non sarebbero tornati più... Ed eran passati così presto!... Che sbaglio per tutti e due!