Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/233

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cendeva strisce e punti di luccicanti riflessi sui mobili, sugli oggetti di cristallo e di porcellana, lasciando in penombra uniforme tutto il resto dove non frangevasi la viva punta dei suoi raggi. E a un tratto, in quel silenzio e in quel tepore, che sembrava tenessero in deliziosa sonnolenza anche gli oggetti inanimati, arrivava, da la via, la stridula voce d’un organino suonante una melodia del Ruy Blas.

— No, non era un sogno! Era la verità! Aveva parlato lui! Proprio lui le aveva ingratamente rinfacciata la sua passione... e le si era rivoltato contro...

Uno sbuffo di pazzia tornava a montarle al cervello.

Oh!... Avrebbe voluto meritarselo almeno! Avrebbe voluto meritarselo con qualcosa di spregevole, di ributtante, dove la sua coscienza, la sua volontà fossero intervenute deliberatamente!... Quel suo miserabile cuore diceva di no, quelle sue vilissime carni fremevano di ripugnanza, avrebbe dovuto buttarle in preda al primo capitato, per sbarazzarsi d’ogni scrupolo, d’ogni pudore! A che le servivano pudore, scrupoli, cuore? Solo a renderla infelice!... E poichè non poteva, no, no!... e poichè non sapeva...!

L’organino aveva ripreso da capo: Oh dolce voluttà! Desio d’amor gentil! Uno scherno, in quel punto. E le pareva che il letto, le poltrone, i mobili della camera le danzassero attorno una ridda infernale, gridando confusamente, gettandole in faccia tutte le gioie da lei godute in quel santuario d’amore, quando la loro felicità era al colmo ed ella non chiedeva più nulla nè alla terra, nè al cielo! E le pareva che quei testimoni di tante dolcezze ora ghignassero, irridendola, in una perversa esultanza: e facessero volar per aria, a folate, tutte le sue parole