Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/237

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— La sua povera mamma, cieca e paralitica, perirà di fame senza di lei. Trista cosa il mondo! Nessuno può saperlo quanto noi medici, che vediamo miserie e dolori incredibili, non possiamo alleviarli. Che sono mai in confronto, i dolori quasi artificiali delle persone ricche, della gente elevata?

— Come s’inganna!

— Può darsi. L’immediato contatto con la miseria ci fa perdere ogni filosofia. Il cuore non ragiona. E lei, sta bene?

— ...Benissimo! — ella rispose, distrattamente. — Va via?

— Vado da quella disgraziata.

Il dottor Follini, in piedi, trattenuto per la mano da Giacinta, sorrideva imbarazzato. Ella comprese l’intimo linguaggio di quel sorriso, e di quella calda stretta di mano:

— Mi perdoni! — gli disse con voce tremante.

— Che cosa?

— Forse le ho fatto del male... senza volerlo.

— Mi ha fatto un gran bene.

— Quanto è generoso!

— Sono stato un fanciullo! — soggiunse quasi subito il dottore, diventando un po’ rosso in viso. — Noi che viviamo nel pantano della più schifosa realtà, sentiamo assai più degli altri il bisogno d’alzar gli occhi a un cielo dove la realtà si purifica, senza punto smarrirsi in vaporose idealità. Sono stato un fanciullo... Avrei dovuto tacere anch’oggi; avrei dovuto contentarmi soltanto del delicato profumo delle anime nostre, aspirato quasi di nascosto... Non importa. Fra tre giorni sarò a Parigi. La lontananza terrà sempre vivo un sentimento che noi, probabilmente, uccideremmo da vicino.

— Ha ragione!