Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/94

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di sollevarla, le ragionava di difficoltà da vincere, di ostacoli da superare?... Dio dunque la respingeva?... Dio dunque la rigettava nell’abisso quand’ella, aggrappata all’orlo, gridava disperatamente: soccorso?...

La sua ragione si smarriva!

In quei due terribili giorni, i più desolati della sua vita, un crollo di tutto il suo essere, qualcosa di orrendo, era avvenuto dentro di lei. Ella stessa non sapeva spiegarsi in che maniera quella idea, da cui si sentiva presa e dominata come da una fatalità, le fosse entrata nella mente:

— Amante sì, a ogni costo; marito no, mai!

E n’era atterrita e orgogliosa nel tempo stesso.

— Ho sognato colla mia sorte uno di quei patti mostruosi che si sottoscrivono col sangue — disse ad Andrea, presso il camino, stendendo i piedi contro la brace.

— Qual patto?

Andrea aveva preso le molle, per rassettare la legna e ravvivare la fiamma.

— Lo saprà, forse, un giorno — rispose. — Ma stia fermo con quelle molle, fa peggio.

— Dice bene. Destar fiamme non è il mio forte.

Pure continuava ad armeggiare, con un ginocchio piegato sul tappeto, rimettendo i tizzi uno sopra l’altro per poi soffiarvi col mantice.

Giacinta diè una rapida occhiata attorno.

Sua madre, il Commendatore, il Porati, il Mochi e l’ingegner Villa, che pareva un gigante in mezzo ad essi, ragionavano a bassa voce in un canto, preoccupati; e certamente non della neve che cadeva fuori sin dal mattino e aveva spopolato il salotto.

Giacinta sporse il capo quasi fino all’orecchio di Andrea.