Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/108

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102 questioni.

lo, si duole soltanto di non poterlo fare, come Manlio meriterebbe:

Ultro ego deferrem, copia si qua foret.

Dopo tutte queste scuse e proteste, che formano come l’esordio del componimento, il poeta entra a descrivere il principio dell’amor suo; paragona a Laodamia la sua donna, e da questo paragone trae argomento al bellissimo episodio, che gli porge nuova occasione di lamentare la morte del fratello coi versi medesimi della prima parte: specie d’intercalare usitatissimo dagli elegiaci greci, e che è di grandissimo effetto in questo caso, perchè esprime il dolore acuto ed intenso dell’anima, che non sa e non può trovare altre espressioni se non quelle che la prima impressione le ha suggerite. Ritorna poi a Laodamia, e poi alla sua Lesbia, alla quale ha fatto proponimento di perdonare le rare e vereconde infedeltà, e finalmente conchiude:

Questo di tanti beneficii in prezzo,
Umile carme a te mandar poss’io,
Altro, Manlio, non posso;

dove il quod potui è in perfetta corrispondenza all’ultra ego deferrem del verso 41: segnato dai critici come l’ultimo della prima parte, o a dir meglio, del primo componimento diretto a Manlio.

C’è un verso però nella conclusione, che serve di baluardo ai nostri avversarii, e sembra a tutta prima deporre contro l’unità dell’epistola:

Sitis felices tu simul et tua vita.

chi è mai quella tua vita? Non può esser altro