Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/118

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112 questioni.

del poeta nell’amore di Giovenzio, devo molto lodarmi della critica dello Schwab, che ha la modestia di confessare, che gli sono ignoti: homines nobis ignotos. Quanto a Furio, il Partenio e il Vossio tengon per fermo che sia quel tal Furio Bibaculo, della cui voracità parla Orazio, e che è da Quintiliano annoverato fra gli scrittori di giambi. Achille Stazio fra questo Furio Bibaculo e quel P. Furio accusato da Catone resta indeciso, come l’asino di Buridano. La critica moderna, che non accetta nè l’uno nè l’altro, si contenta di ciò che ne dice Catullo: e sfido io a non contentarsi! I grandi poeti scolpiscono le anime, non già i nomi. La sordida miseria e l’affamata mendicità di Furio vien descritta in pochi versi dal nostro poeta:

Furi, cui neque servus est, neque arca,
Nec cimex, neque araneus, neque ignis;
Verum est pater et noverca, quorum
Dentes vel silicem comesse possunt.

E che Aurelio non fosse meno famelico del suo compagno risulta dal carme XXI:

Aureli, pater esuritionum,
Non harum modo, sed quot aut fuerunt
Aut sunt, aut aliis erunt in annis, etc.

Ciononostante questi due bei cesti furono preferiti da Giovenzio al nostro disgraziato Catullo; ed essi, che gli aveano poco prima beccati non so quanti desinari, si lodano in pubblico del bel tiro che han fatto all’amico, mettono in canzonatura i suoi morbidi versi e la sua poco sicura virilità. Della qual cosa indispettito Valerio, e preso subito fuoco, tanto per mutare, li assalta tutti