Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/240

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234 varianti.

Plauto e in Lucrezio. In un vecchio MS. citato dallo Stazio leggesi qui, ch’è manifesto sbaglio del copista. Da ciò che Quintiliano dice, 1,7, a med., si scorge che la q era volgarmente usata per c, e quindi per distinguere qui dat. da qui nom. s'usò scrivere quoi. Leggo adpetenti col sussidio dei migliori alla barba di Vossio, che con la sua famosa mania di mutare e corregger tutto a suo modo legge ac petentes, citando quei versi di Lucrezio:

Aut ubi eos lactant pedibus, morsuque patente
Suspensis teneros imitantur dentibus haustus,

non senza convenire che questo luogo di Lucrezio è molto controverso.


Pag. 156.          Credo, ut tam gravis acquiescat ardor.

Gli antichi MS: Credo ut quom grama acquiescet error. Un vecchio codice citato da Giuseppe Scaligero credont, come non di rado nelle lapidi vivont. Acquiescet in cambio di acquiescit, essendo comune scambiar l’e con l’i, come in Catullo medesimo: ipse que luce invece di ipsi qui luci. Ingegnosa è la congettura del Dousa, che vuole s’abbia a legger cedo e non credo o credunt, assumendo il verbo cedo nel significato di dare, accordare. Ma così leggendo il gravis ardor si riferirebbe al poeta, quando al contrario io credo che s’abbia a riferire alla Lesbia, la quale trova alcun refrigerio all’ardore intenso dell’anima sua, trastullandosi col suo passerino. Rispettando fino a un certo segno la lezione dei vecchi MS. e del codice citato dallo Scaligero, io ho cavato da essi medesimi la mia lezione. Credo è piùoppor-