Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/34

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28 la vita di catullo.


ed ecco un mondo di ragioni per citare il famoso passo di Giobbe: homo natus de muliere; renderci simpatico Young, il gufo dei poeti; scrivere la prima elegia sacramentale col sacramentale titolo di Sospiro dell’anima, e con una serqua di versi del Manfredo o del Faust a epigrafe; ecco infine tante buone ragioni per andar negletti nel vestire; sdraiarci sull’erba dei prati con un libro più o meno sudicio sotto gli occhi; farci tentare il primo suicidio, che non succede poi quasi mai, non già per difetto di coraggio e di volontà, s’intende, ma per una funesta ed irresistibile fatalità: la fatalità c’entra sempre a qualcosa: è un buco di cuffia, che fa spesso comodo.

A sentirci, a quell’età si dovrebbe tutti esser belli, sani, robusti, serviti da quattro paggi in livrea, poter sciupare centomila lire all’anno, girare il mondo da un capo all’altro in cerca d’una bella Dulcinea per dirle: io t’amo, e morirle fra le braccia. Oh! morire in un bacio! Qual poetica morte!

A questa classe di giovani, che soccombono spesso a codeste impressioni, fa riscontro quell’altra, ch’io chiamerei il semenzaio degli uomini serii. Costoro, dotati dalla buona natura di anima callosa e di nervi ricoperti, accorgendosi di buon’ora che la società ha pure le sue grandi attrattive con le sue brave cifre e le sue donne belle, abbandonano di buon grado i loro sogni giovanili, se pur n’ebbero uno; si danno in braccio alla buona ventura, e campano, come va detto, alla men peggio. L’arte del saper vivere non ha a esser poi così difficile, come si crede: veggiamo tutto dì, che coloro che la sanno son sempre i più: non ci vuol