Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/78

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72 la poesia di catullo.

i nobili Romani si compiacevano ancora della domestica commedia Atellana. Terenzio imitò, Pacuvio tradusse. Se la tragedia ebbe voga ai tempi di Augusto, essa decadde bentosto; e gl’insulsi dialoghi attribuiti a Seneca lo mostrano, e più ancora la preferenza accordata dai Romani alle danze e alle pantomime. L’epopea e la drammatica non ci rappresentano la vita romana, la satira sì, e per questo ha grande importanza.


III.


La satira, che come genere letterario avevano i Romani cavato dalla letteratura etrusca, e che costituisce una gran novità della loro storia letteraria, è il vero ed eloquente segno dello scetticismo d’un popolo o di un’età. L’arte che sogghigna e sbeffeggia, che si permette di essere indecente ed oscena sotto il famoso pretesto di modificare e correggere i costumi corrotti, discende fino alle basse regioni della critica, è viva testimonianza non solo della corruzione d’una gente e d’un secolo, ma anche della vanità o del dispetto di chi scrive.

I costumi non si correggono a via di prediche, come pretendeva Catone, molto meno a furia di bastonate, come credeva Giovenale. La sfacciata commedia di Aristofane invece di correggere gli Ateniesi li persuase a far bere a Socrate la cicuta; la morte di Socrate valse certamente assai più di tutte le satire sanguinose dei suoi nemici.

II così detto realismo del teatro moderno mi ha