Pagina:Cenere.djvu/190

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zionale e il Daga si fermò a guardare i giornali davanti al Garroni, mentre Anania proseguiva distratto, andando incontro ad una fila ciangottante di chierici rossi, uno dei quali lo urtò lievemente. Allora egli parve destarsi da un sogno, si fermò e aspettò il compagno, mentre i chierici s’allontanavano, e il riflesso dei loro abiti scarlatti dava uno splendore sanguigno al lastrico bagnato.

— Nella mia infanzia ho conosciuto il figliuolino d’un bandito famoso; il bimbo era già arso da passioni selvagge, e si proponeva di vendicare suo padre. Ora invece ho saputo che si è fatto frate. Come tu spieghi questo fatto? — domandò Anania.

— Quell’individuo è pazzo! — rispose il Daga con indifferenza.

— Ebbene, no! — riprese Anania animandosi.

— Noi spieghiamo o vogliamo spiegare molti misteri psicologici, dando il titolo di matto all’individuo che ne è soggetto.

— Per lo meno, però, è un monomaniaco. D’altronde anche la pazzia è un mistero psicologico complicato; un albero il cui ramo più potente è la monomania.

— Ebbene, ammetto. Ma l’individuo in questione aveva la monomania del banditismo; aggiungi, monomania atavica. Facendosi frate egli, sebbene uomo quasi primitivo, ha voluto liberarsi dal suo male....

— E finirà con l’impazzire davvero, quel frate. Un uomo cosciente, colto dal malanno di un’i-