Pagina:Cenere.djvu/22

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stette bandito, sì, dieci anni. Egli dovette darsi alla campagna pochi mesi dopo le nostre nozze: io andavo a trovarlo sui monti del Gennargentu; egli cacciava mufloni, aquile, avoltoi, ed ogni volta ch’io andavo a trovarlo, egli faceva arrostire una coscia di muflone. Dormivamo all’aperto, sotto il vento, sulle cime dei monti; ma ci coprivamo con quel gabbano là, e le mani di mio marito ardevano sempre, anche quando nevicava. Spesso si stava in compagnia....

— Con chi? — domandò Olì, che ascoltando la vedova dimenticava le sue pene.

Anche il bimbo ascoltava, con le grandi orecchie intente: sembrava una lepre quando sente il grido della volpe lontana.

— Ebbene, con altri banditi. Erano tutti uomini abili, svelti, pronti a tutto e specialmente alla morte. Tu credi che i banditi siano gente cattiva? Tu ti inganni, sorella cara: essi sono uomini che hanno bisogno di spiegare la loro abilità; null’altro. Mio marito soleva dire: «anticamente gli uomini andavano alla guerra: ora non si fanno più guerre, ma gli uomini hanno ancora bisogno di combattere, e commettono le grassazioni, le rapine, le bardanas1 non per fare del male, ma per spiegare in qualche modo la loro forza e la loro abilità!» — Bella abilità, zia Grathia! E perchè non

  1. Bardana da gualdana, impresa brigatesca per la quale si radunavano in gran numero malfattori armati che andavano così uniti ad assaltare un ovile, una casa, a rapire un armento, a commettere una grassazione.