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— Dov’è l’Eccellenza con cui parli? Dà qui il caffè, e dammi tue notizie.

— Ah, noi viviamo nelle tane, come bestie feroci che siamo. Come posso dare del tu alla Vossignoria, che è un sole risplendente?

— Oh, non sono più un confetto? — egli disse, sorbendo il caffè dall’antica chicchera filettata d’oro.

— Che tu sii benedetto!... Ah, mi scusi! Ah, ricorda la prima volta che ritornò da Cagliari? Sì, Margheritina aspettava alla finestra. Come la luna non può aspettare il sole?

Anania si alzò e depose la chicchera sul davanzale della finestra; poi respirò forte. Come si sentiva felice! Come il cielo era azzurro, come l’aria odorava! Che grandiosità nel silenzio delle umili cose, nell’aria non ancora sfiorata dal soffio e dal rombo della civiltà! Anche zia Nanna non era più la donna orribile e nauseante di un tempo; sotto l’involucro immondo di quel corpo nero e puzzante, palpitava un’anima poetica....

— Senti questi versi! — egli gridò agitando le braccia:

Ella era assisa sopra la verdura,
Allegra; e ghirlandata avea contesta:
Di quanti fior creasse mai natura
Di tanti era dipinta la sua vesta.
E come in prima al giovin pose cura
Alquanto paurosa alzò la testa:
Poi con la bianca man ripreso il lembo
Levossi in piè con di fior pieno un grembo.