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pronto, coi baffi irti e la coda tesa, aspettando il passaggio di un topo.

— No, — disse Anania, pensando allo strazio del topolino, — per stassera non te lo lascio prendere: neppure un topolino, deve stassera soffrire in questa casa. Usciu, usssciuu!1 — gridò balzando in piedi e correndo verso il gattino che vibrò tutto e saltò sopra il forno.

Sempre agitato da una inquietudine nervosa, Anania si mise a camminare su e giù per la cucina; di tanto in tanto palpava i sacelli ricolmi d’orzo e mormorava: — Mio padre non è poi tanto povero; egli è un mezzadro del signor Carboni, non il suo servo. No, egli non è povero; ma non potrebbe certo restituire quello.... che spendo io, se non avvenisse ciò che.... deve avvenire. Ma avverrà poi? Che cosa si combina in questo momento?

Ecco, zia Tatàna ha parlato.... Che ha detto? Ah, no, no, no, non bisogna neppure pensarci.... Bisogna piuttosto pensare alla risposta che darà, che dà, il benefattore.... Che dirà egli, l’uomo più leale del mondo, sapendo che il suo protetto ha osato tradire così la sua buona fede? Ecco, egli cammina pensieroso attraverso la stanza: zia Tatàna lo guarda, pallida, oppressa....

— Dio, Dio, che accade mai? — gemè Anania, stringendosi il capo fra le mani. Gli pareva di soffocare; uscì nel cortile, si sporse sul muricciuolo di cinta, attese, ascoltò.... Niente, niente.

  1. Voce per allontanare i gatti.