Pagina:Cenere.djvu/270

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midabile muraglia del Gennargentu, lo opprimeva, gli sembrava l’ombra del mostro al quale poco prima aveva lanciato la sua sfida.

E pensava a Margherita lontana, a Margherita sua, non più sua, che in quell’ora sognava certamente di lui guardando anch’essa l’orizzonte; e sentiva una grande pietà per lei, più che per se stesso, e lagrime soavi e amare come il miele amaro gli salivano agli occhi; ma egli le respingeva, queste lagrime, le respingeva come un nemico felino e sleale che tentasse vincerlo a tradimento.

— Son forte! — ripeteva, fermo sul balcone senza ringhiera. — Mostro, sono io che ti vincerò, ora che mi stai davanti!

E non si accorgeva che il mostro gli stava alle spalle, inesorabile.


VIII.


Nella lunga notte insonne egli decise, o credette decidere, il proprio destino.

— Io la costringerò a viver qui, presso zia Grathia, finchè non avrò trovato la mia via.

Parlerò francamente al signor Carboni e a Margherita. Ecco, dirò loro, le cose stanno così: io ho intenzione di far vivere mia madre presso di me, appena la mia posizione me lo permetterà: questo è il mio dovere, ed io lo compio,