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Un orizzonte favoloso circonda il villaggio: le alte montagne del Gennargentu, dalle vette luminose quasi profilate d’argento, dominano le grandi valli della Barbagia, che salgono, immense conchiglie grigie e verdi, fino alle creste ove Fonni, con le sue case di scheggia e i suoi viottoli di pietra, sfida i venti ed i fulmini.

D’inverno il paese era quasi deserto, perchè i numerosi pastori nomadi che lo popolavano (uomini forti come il vento e astuti come volpi) scendevano con le greggie nelle tiepide pianure meridionali; ma durante il bel tempo un bizzarro viavai di cavalli, di cani, di pastori vecchi e giovani, animava le straducole.

Anche Zuanne, il figlio della vedova, a undici anni era già pastore. Durante la giornata conduceva al pascolo attraverso i selvaggi dintorni del paese un certo numero di capre appartenenti a diverse famiglie fonnesi: all’alba egli passava fischiando lungo le vie, e le capre, che ne conoscevano il fischio, uscivano dalle case e lo seguivano mansuete. Verso sera egli le riconduceva fino all’entrata del villaggio; di là le intelligenti bestie s’avviavano da sole alle case dei loro padroni.

Il piccolo Anania seguiva quasi sempre il suo amico e fratello Zuanne dalle grandi orecchie: entrambi costantemente scalzi, con ghette e giubboncino di orbace, lunghi e sucidi calzoni di grossa tela, berretto di pelo di montone. Anania aveva sempre gli occhi malaticci, e in conseguenza cisposi; dal suo nasino rosso colava