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dalle capre i cui campanacci risuonavano tristemente nel silenzio del crepuscolo.

Quando non seguiva Zuanne, il piccolo Anania passava la giornata nel grande cortile della chiesa dei Martiri, coi figli del fabbricante di ceri, il cui laboratorio era in uno stambugio addossato alla chiesa. Grandi alberi ombreggiavano il cortile melanconico, circondato di tettoie in rovina: una scalinata di pietra conduceva alla chiesa, sulla cui facciata semplicissima stava dipinta una croce. Su questa scalinata Anania ed i figli del fabbricante di ceri passavano ore ed ore, al sole appena tiepido, giuocando con qualche pietruzza, o fabbricando piccoli ceri di creta. Alle finestre dell’antico convento s’affacciava qualche carabiniere annoiato: nell’interno delle celle si scorgevano stivali e giubbe militari, e si udiva una voce cantare in falsetto, con accento napoletano:

A te questo rosario....

Qualche fraticello, — degli ultimi rimasti nell’umido e decadente luogo, — lacero, sporco, coi sandali rotti, passava nel cortile, pregando in dialetto: spesso il carabiniere dalla finestra, il frate dalla scalinata, s’intrattenevano in puerili discorsi coi bimbi del cortile; qualche volta il carabiniere si rivolgeva direttamente ad Anania chiedendogli notizie di sua madre: — E cosa fa tua madre?

— Fila.

— E altro?