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| la guerra gallica — libro v | 121 |
turio: «Tutta la Gallia era ormai in armi, i Germani avevano passato il Reno, i quartieri invernali di Cesare e degli altri duci erano già bloccati». Parlano anche della morte di Sabino e mettono innanzi Ambiórige per dare più forza di persuasione al discorso. Soggiungono che i Romani sbagliano se s’aspettano qualche aiuto da chi deve pensare ormai ai casi propri. I Nervii — essi dicono — non sono ostili nè a Cicerone nè al popolo romano, e domandano soltanto di essere liberati dai loro quartieri d’inverno, perchè non diventino un’abitudine. Offrono ai Romani di ritirarsi dove vogliano senza molestia e per quella via che più loro aggrada.
Cicerone risponde soltanto questo: «Non essere abitudine del popolo romano ricevere imposizioni dal nemico armato. Se intendono deporre le armi, si valgano pure dei suoi buoni uffici e mandino ambasciatori a Cesare: egli dice di sperare che Cesare, nella sua equanimità, vorrà accontentarli»[1].
XLII. - Perduta ormai questa speranza, i Nervii circondano con una palizzata alta dieci piedi ed un fosso largo quindici, i nostri quartieri d’inverno. Avevano imparato a far ciò da noi negli anni precedenti e si erano fatti istruire anche da qualche nostro prigioniero. Ma mancando loro quasi del tutto gli strumenti necessari, erano stati costretti a tagliare le zolle (cespites) con le spade ed a portare la terra con le mani e col saio[2]. Si potè allora rilevare col fatto il grande numero dei nemici perchè, in meno di tre ore, essi avevano finito tutto all’ingiro una linea fortificata di quindici mila piedi di sviluppo. Nei giorni seguenti cominciarono anche a preparare torri proporzionate all’altezza della palizzata, e falci[3] e testuggini che avevano pure imparato a costrurre dagli stessi prigionieri.
Il quartiere invernale in fiamme.
- ↑ Si noti in questi frangenti il contegno fermo e dignitoso di Q. Cicerone in contrapposto a quello di Sabino sotto Aduatuca.
- ↑ Sagulum o sagum, indumento di origine celtica. Era la prima volta che i Galli ricorrevano a pratiche regolari d’assedio.
- ↑ Falci murali. Per «falce» si intende l’estremità di una trave armata per squassare, contundere o sbrecciare parapetti. Il senso delle «falces» è precisato da Vegezio: «Quae (trabs) aut adunco prefigitur ferro et falx vocatur ab eo quod incurva est, ut de muro extrahant lapides» (IV, 14). Le falci murali sono precedentemente citate nel libro III, 14.