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LIBRO SETTIMO.
La rivolta generale si avvicina.
I. - Quieta ormai la Gallia, Cesare — come aveva deciso — parte per l’Italia a presiedere le assemblee[1]. Viene a sapere dell’uccisione di P. Clodio[2] ed è informato del senatoconsulto che ordina a tutta la gioventù d’Italia d’arruolarsi in massa. Decide allora di fare una leva in tutta la Provincia. Queste notizie arrivano rapidamente nella Gallia transalpina ed i Galli aggiungono alle novelle tutte le frange della loro fantasia, completandole così a modo loro. Cesare è rattenuto dai tumulti di Roma e, fra tante discordie, non può più raggiungere l’esercito.
Spinti a profittare dell’occasione, quegli uomini — che male si erano rassegnati all’impero del popolo romano — più liberamente e più audacemente che mai s’inducono subito a parlare di guerra. I principi della Gallia, raccoltisi in conciliaboli nelle selve[3] o in luoghi remoti, si dolgono per la morte di Accone, dicono che potrebbe toccar loro la stessa sorte e commiserano la comune sventura dei Galli. Con ogni specie di promesse e di premi, cercano chi apra le ostilità, e, col rischio della propria vita, renda la libertà alla Gallia. Affermano che la cosa cui si deve pensare innanzi tutto è tagliar fuori Cesare dal suo esercito, prima che trapeli il loro segreto disegno. E tagliarlo fuori — essi soggiungono — è facile perchè nè le legioni osano, in assenza del duce supremo, d’uscire dai quartieri d’inverno,
- ↑ I conventus giudiziari.
- ↑ Aspiranti al consolato per il 52 a. C. erano Milone, Ipseo, Seipione; alla pretura Clodio. Questi avversava l’elezione di Milone e Pompeo temeva che Milone, eletto console, lo danneggiasse. Scontratisi i partigiani di Clodio con quelli di Milone sulla via Appia, Clodio fu ucciso da Milone.
- ↑ Si tratta delle assemblee segrete galliche promosse dagli ottimati, dalle quali era ordinariamente escluso il popolo (E. Desjardins, op. cit., II, pp. 541-42).