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| 166 | c. giulio cesare |
di vettovaglie dovuta alle scarse risorse dei Boi, alla trascuranza degli Edui ed agli incendi dei magazzini. S’arriva a tal punto che i soldati mancano di frumento per molti giorni e debbono sostentare l’estrema fame con qualche poco di bestiame che viene portato dai più lontani villaggi. Eppure, non una voce si ode indegna della maestà del popolo romano e delle precedenti vittorie. Anzi, quando Cesare interpella le legioni durante il lavoro, dicendo che — se si sentono troppo duramente provate dalla carestia — egli è pronto a levare l’assedio, tutti ad una voce lo scongiurano a non farlo.
«Per molti anni — dicono — essi hanno servito sotto il suo comando, in modo da non far mai torto al loro onore di soldati e da non lasciar mai un’impresa incompiuta. Considererebbero come una vergogna per loro dover abbandonare l’iniziato assedio. Preferiscono sopportare qualunque privazione al dover rinunciare all’agognata vendetta di quei cittadini romani che sono morti in Cénabo per la perfidia dei Galli». I soldati incaricano centurioni e tribuni militari di esprimere questi loro sentimenti a Cesare.
La guerriglia gallica e la prudenza di Cesare.
XVIII. - Mentre già le torri si avvicinavano al muro, Cesare seppe dai prigionieri che Vercingetórige, esausti oramai i pascoli, aveva avvicinato il campo ad Avarico[1] e che egli stesso — con la cavalleria e la fanteria leggera avvezza a combattere tra cavalieri — era partito per tendere un’imboscata nel luogo dove imaginava che i nostri sarebbero venuti l’indomani a foraggiare. Saputo ciò, Cesare, partendo in silenzio a mezzanotte, arriva di buon mattino innanzi al campo dei nemici. Questi, saputo rapidamente dagli esploratori l’arrivo di Cesare, nascondono i loro carri e bagagli nel folto della selva ed ordinano tutte le forze a battaglia su terreno elevato e scoperto. Informato di ciò, Cesare celermente fa raccogliere i fardelli personali[2] dei suoi (sarcinas) e dispone i soldati in ordine di combattimento.