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| la guerra gallica – libro vii | 167 |
stavano fermi sul colle, confidando nella loro posizione. Disposti per cittadinanze, dominavano tutti i guadi e le macchie di quella palude, decisi — nel caso che i Romani tentassero traversarla — di piombare tutti dalle alture sul nemico guazzante nel fango. Considerando soltanto la vicinanza delle posizioni, un osservatore superficiale avrebbe potuto credere che i due eserciti fossero pronti a battersi ad armi pressochè eguali; ma chi vedeva a fondo la disuguaglianza delle posizioni, intuiva come i Galli si facessero belli molto a buon mercato. Intanto i soldati s’irritavano al vedere che — a così breve intervallo da loro — il nemico ostentasse una così baldanzosa sicurezza e reclamavano il segnale della battaglia.
Ma Cesare spiega loro a qual prezzo e con quanta perdita di forti soldati si potrebbe avere la vittoria. Soggiunge che quanto più li vede pronti ad affrontare ogni pericolo per la sua gloria, tanto più gli parrebbe ingiusto non considerare la loro vita come più preziosa della sua. Rabboniti così i soldati, nello stesso giorno li riconduce in campo e dà le ultime disposizioni per l’assalto della fortezza.
L’apologia di Vercingetórige.
XX. - Vercingetórige, ritornato fra i suoi, ebbe a sostenere un’accusa di tradimento: «Perchè aveva portato il campo vicino ai Romani, perchè s’era allontanato con tutta la cavalleria, perchè aveva lasciato senza comando tante forze, perchè — dopo la sua partenza — i Romani erano arrivati con tanta tempestività e celerità. Tutto questo — si diceva — non poteva essere accaduto soltanto a caso e senza premeditazione. Egli preferiva dovere il regno della Gallia ad una grazia di Cesare anzichè all’opera dei Galli».
A queste accuse Vercingetórige rispose: «Se aveva mosso il campo, si doveva questo alla mancanza di foraggio ed essi stessi avevano pregato che ciò si fosse fatto; se si era avvicinato ai Romani vi era stato indotto dal vantaggio della posizione che lo avrebbe difeso senza bisogno di fortificazioni; se si era allontanato con i cavalieri era perchè l’opera loro sarebbe stata utile nel luogo dove li aveva condotti mentre non lo era affatto in una palude; se non aveva dato ad alcuno il comando supremo in sua assenza lo aveva fatto apposta per il timore che il suo sostituto, per far piacere alla massa, si fosse lasciato spingere alla battaglia. Ed egli vedeva bene che di questa erano tutti smaniosi, data la sensibilità del loro carattere che li rendeva inadatti ad una lunga resistenza. Se i Romani erano venuti a caso