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| 168 | c. giulio cesare |
bisognava ringraziarne la fortuna; se erano venuti per indicazione di qualcuno, bisognava ringraziare costui perchè i Galli, dalla loro altura, avevano potuto vedere la scarsità dei loro nemici e ben giudicare quale fosse in realtà il valore di soldati che, senza osare di battersi, se ne tornavano vergognosamente al campo. Egli non desiderava affatto d’ottenere da Cesare, con un tradimento, quel regno che avrebbe ottenuto con quella vittoria che tanto lui quanto tutti i Galli già sentivano d’avere in pugno.
«Egli del resto era prontissimo a rimettere loro in mano il comando se essi credevano, affidandoglielo, di far più onore a lui di quello che egli non recasse vantaggio alla loro causa. Perchè vediate — aggiungeva — se io dico il vero, interrogate i soldati romani». E presenta i disarmati[1] che, pochi giorni innanzi, aveva sorpreso mentre foraggiavano e che aveva tormentati con la fame e tenuti in catene. Questi — ammaestrati già su tutto quello che dovevano rispondere nell’interrogatorio — si dichiarano soldati legionari e raccontano che, spinti dalla fame e dalla carestia, erano usciti nottetempo dal campo per vedere di trovare nelle vicinanze un po’ di grano o di bestiame. Tutto l’esercito era oppresso dalla stessa angoscia, e già ad ognuno venivano a mancare le forze tanto da non poter più attendere al lavoro. Cosicchè il duce supremo aveva deciso, se l’assedio non avesse dato alcun risultato, di partire entro tre giorni. «Ecco — concluse Vercingetórige — i benefizi che voi avete da me che accusate di tradimento, da me per la cui opera voi vedete consunto dalla fame un così grande vincitore e senza che dobbiate versare solo una goccia del vostro sangue. Ed io ho provvisto già perchè nessuna popolazione accolga questo esercito nel suo territorio il giorno in cui vergognosamente dovrà fuggire».