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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/180

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174 c. giulio cesare

dine. E lo si considerava anzi ancora più previdente ed acuto perchè aveva sempre sostenuto — prima che la situazione fosse compromessa — che si dovesse incendiare Avarico e poi che si dovesse abbandonarlo. E così mentre per tutti gli altri capitani le disfatte diminuiscono l’autorità, per questo invece il rovescio patito si risolveva in un quotidiano aumento di credito. Nello stesso tempo, poichè Vercingetórige con tanta sicurezza aveva affermato di poter attrarre a sè altre popolazioni, i Galli si sentirono confortati e cominciarono allora per la prima volta a fortificare il campo. Quegli uomini non avvezzi alla fatica apparvero alla fine talmente rianimati, sì da poter sopportare qualunque gravezza fosse stata loro imposta.


La coalizione gallica si estende.

XXXI. - Vercingetórige non venne meno alla promessa, perchè in realtà fece sforzi per aggregarsi le altre popolazioni. Attirava a sè i loro principi con doni e promesse, sceglieva all’uopo uomini adatti; tutti quelli cioè cui — per la sottigliezza del parlare e per il prestigio dell’amicizia — fosse difficile resistere. Si dava anche premura di far vestire ed armare i profughi di Avarico, e, contemporaneamente, di reintegrare gli effettivi decimati. Ordinava ad ogni città l’invio dei contingenti fissando il numero ed il termine per l’arrivo al campo; faceva infine raccogliere ed inquadrare tutti gli arcieri[1] di cui era in Gallia uno straordinario numero.

Rapidamente si colmano così i vuoti prodotti dal disastro d’Avarico ed intanto Teutómato, figlio di Ollovicone, re dei Nitióbrogi — il cui padre era stato chiamato amico dal senato romano — arriva al campo di Vercingetórige con gran numero di cavalieri suoi, in parte, ed in parte reclutati in Aquitania.


I prodromi della rivolta degli Edui.

XXXII. - Cesare, rimasto molti giorni in Avarico ed impadronitosi di grande quantità di grano e di altri viveri, concede che l’esercito si rimetta alquanto dagli stenti e dalla fatica. Ormai, finito l’inverno, invitandolo alla guerra la stagione stessa ed avendo già deciso di muovere contro il nemico — o per tentare di snidarlo dalle paludi e dalle selve o per cingerlo d’assedio — ecco arrivargli ambasciatori i principi edui che lo sup-
  1. I Galli si servivano dell’arco piuttosto per la caccia che come arma da guerra. Il ricorso agli arcieri allude quindi ad una leva in massa, piuttostochè ad una innovazione tattica, come si pretende da taluno.