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| 180 | c. giulio cesare |
esitare un momento trae dal campo quattro legioni senza grosso bagaglio e tutta la cavalleria. Nè, in tali frangenti, rimane tempo di restringere le difese perchè tutto doveva dipendere dalla rapidità. Lascia adunque di presidio al campo[1] il suo legato C. Fabio con due legioni, e, dato l’ordine d’arrestare i fratelli di Litavicco, viene a sapere che poco prima erano fuggiti verso il nemico. Esorta allora i soldati — data l’urgenza — a non lasciarsi vincere dalla stanchezza e, avanzando fra l’entusiasmo dei suoi per venticinque miglia, arriva finalmente in vista delle forze edue[2]. Lanciata la cavalleria le fa fermare, vieta poi che si prosegua il cammino e dà a tutti i suoi l’ordine di non uccidere alcuno. Comanda che Eporedórige e Viridomáro — che gli Edui credevano morti — si avanzino con i cavalieri ed arringhino i loro connazionali. Nel riconoscerli e nell’accorgersi della frode di Litavicco, gli Edui tendono le mani e fanno segno d’arrendersi e, gittate le armi, cominciano ad implorare grazia. Litavicco, con i suoi clienti — per i quali secondo l’uso gallico è sacro dovere seguire i patroni anche nelle situazioni più disperate — si rifugia a Gergovia.
L’attacco del campo in assenza di Cesare.
- ↑ Evidentemente nel campo principale, perchè il minore doveva essere presidiato da alcune coorti staccate.
- ↑ L’incontro tra Cesare e l’esercito eduo deve essere avvenuto o presso Randan, o verso Aigueperse. La marcia forzata dei legionari di Cesare rappresenta uno dei più insigni esempi di celerità manovriera: oltre cinquanta miglia in ventiquattro ore.