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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/191

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la guerra gallica – libro vii 185

dei conseguiti successi, pensano i soldati che nulla sia di troppo arduo per il loro valore. Non cessano perciò l’inseguimento fintantochè non arrivano alle mura della fortezza, davanti alle porte. Levatosi allora un grande clamore da tutte le parti della città, i lontani — atterriti dal repentino tumulto — credendo che il nemico sia già dentro, si precipitano fuori dell’abitato. Le madri di famiglia dall’alto delle mura buttano drappi ed argenti, e, nudato il petto, tendendo le mani aperte, supplicano i Romani di risparmiarle e di non massacrarle come hanno fatto delle donne e dei bimbi di Avarico.

Già qualcuna di esse, calata dalle compagne, si consegna ai soldati; già L. Fabio — centurione dell’ottava legione — che si sa aver detto in quel giorno ai suoi che il bottino della giornata d’Avarico lo solleticava e che egli non avrebbe mai tollerato che un altro prima di lui avesse scalate le mura — presi con sè tre soldati di un suo manipolo e da loro issato — appare sulle mura stesse traendo seco ad uno ad uno i suoi compagni.


Le vicende della lotta.

XLVIII. - Nel frattempo, quei Galli che si erano recati dall’altra parte della città — come sopra dicemmo — per i lavori di fortificazione, sentito il primo rumore ed incalzati dalla novella sempre più insistente che i Romani avevano occupato la città, mandati avanti i cavalieri, ritornano di gran corsa a quella volta. A mano a mano che arrivano si fermano sotto le mura, sicchè cresce di continuo il numero dei nostri nemici. Essendosi alla fine formata una gran massa, le madri di famiglia che, dianzi, dalle mura, tendevano le mani ai Romani, ora eccitano i loro, e, secondo l’usanza gallica, ostentano i capelli sciolti e protendono i bimbi. Per il terreno e per il numero, i Romani ben presto si trovano in condizioni d’inferiorità; tanto più che — per la corsa che hanno fatta e per la durata del combattimento — non è semplice resistere a forze fresche ed intatte.


XLIX. - Cesare, notando che si combatte in terreno sfavorevole e che il numero dei nemici aumenta di continuo, preoccupandosi oramai della sorte dei suoi, ordina al legato T. Sestio — che aveva lasciato di presidio al campo minore — di far uscire rapidamente le coorti dal campo e di disporle a pie’ del colle, sulla destra del nemico, allo scopo di intimidirlo e distoglierlo dall’inseguimento qualora i nostri vengano sopraffatti.