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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/193

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la guerra gallica – libro vii 187

tennero testa al nemico. Vercingetórige dalle falde del colle ricondusse allora i suoi al di là della trincea.

Le nostre perdite della giornata salirono quasi a settecento uomini[1].


La morale di Cesare: l’indisciplina è sempre disastrosa.

LII. - Il giorno dopo Cesare, radunate le truppe, rimprovera l’imprudenza e la smania di coloro che avevano, da soli, scelto il punto cui giungere ed il piano da seguire; e — sonatosi a raccolta — non si erano affatto curati di fermarsi e non avevano dato retta nè a tribuni nè a legati. Rileva quanta influenza abbia lo sfavorevole terreno e ricorda la sua condotta in Avarico, quando — sorpresi i nemici senza duce e senza cavalleria — egli pur tuttavia aveva rinunciato alla vittoria, che già aveva in pugno, per non esporsi in alcun modo al rischio, anche se lieve, di dover battersi in terreno svantaggioso. Come egli esalta la grandezza d’animo dei legionari — che non si sono lasciati arrestare nè da altezza di monte nè da mura — altrettanto biasima l’indisciplina e la presunzione di gente che credeva di sapere, meglio del duce supremo, prospettare la vittoria e penetrarne i fattori.

Egli adunque non desidera dai soldati meno la moderazione e la disciplina che il valore ed il coraggio.


Cesare leva l’assedio e ripassa l’Allier.

LIII. - Fatta questa premessa, conforta i soldati col dire che non perdano animo per l’accaduto e non attribuiscano al valore del nemico quello che semplicemente era dovuto alle condizioni del terreno.

Rimanendo poi sempre nella stessa idea sull’opportunità della partenza, trae le legioni dal campo e le ordina in battaglia su buon terreno. Restando, malgrado ciò, Vercingetórige nelle proprie linee e non discendendo nella pianura, dopo un breve scontro di cavalleria — vantaggioso per noi — Cesare riconduce l’esercito nel campo. Avendo fatto ciò anche il giorno dopo e trovando che questa manovra aveva già servito abbastanza, sia a moderare la protervia dei Galli, sia a rialzare il

  1. Si noti la straordinaria proporzione tra centurioni e legionari caduti — 46 in confronto di 700 — e si noti pure il profondo senso morale che si attribuiva all’esercizio del comando nell’esaltazione degli episodî e nel saggio dei sacrifizi dei capi; virtù tutte che Cesare tramanda al ricordo ed all’omaggio dei venturi.