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| la guerra gallica – libro vii | 189 |
gran parte del senato vi si erano recati a fargli visita, e che ambasciatori erano stati mandati pubblicamente a Vercingetórige per concludere con lui un trattato di pace e d’alleanza.
Eporedórige e Viridomáro pensarono allora che non dovevano lasciarsi sfuggire una occasione tanto propizia. Epperciò, uccisi in Novioduno i soldati lasciati a guardia e tutti i mercanti che per caso vi si trovavano, si divisero il denaro ed i cavalli. Fecero condurre gli ostaggi delle popolazioni a Bibracte, presso il magistrato supremo, e — pensando di non poter tenere la città — la incendiarono, perchè non fosse utile ai Romani e portarono via con le navi quanto più frumento fu possibile, data la fretta. Il rimanente abbandonarono al fiume o alle fiamme.
Poi cominciarono a trarre soldati dalle vicine regioni confinanti, a disporre presidi e corpi di guardia presso le rive della Loira, ad irradiare ovunque battute di cavalleria per spargere il terrore e per tagliare i Romani fuori dalle vie di affluenza del grano, allo scopo di ricacciarli per fame nella Provincia. In questa speranza molto li confortava il fatto che la Loira era in piena per lo sciogliersi delle nevi, tanto che pareva assolutamente impossibile passarla a guado.
Cesare in una situazione critica - Labieno isolato.
- ↑ Singolarmente critica era la situazione del momento forse la più grave delle campagne galliche: lo scacco di Gergovia, la separazione da Labieno — impegnato contro i Parisii — i paesi in rivolta, la precarietà delle comunicazioni attraverso gli Arverni, il contegno ostile dei Biturigi e degli Edui. Il genio del condottiero non poteva meglio rifulgere nelle singolari avversità dell’ambiente e delle circostanze.
- ↑ Verosimilmente tra Décize e Névers.