| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| 192 | c. giulio cesare |
La vittoria di Labieno.
LXI. - Ivi giunto, gli esploratori dei nemici che erano disposti su entrambe le sponde, colti di sorpresa — perchè era scoppiata un’improvvisa tempesta — sono annientati dai nostri. Guidate dai cavalieri[1] romani che ne avevano avuto l’incarico, la fanteria e la cavalleria sbarcano allora rapidamente sull’altra riva. Quasi contemporaneamente, all’alba, s’annunzia al nemico che nel campo romano si ode un insolito tumulto, che una grande colonna risale il fiume, che si sente da quella parte un fragore di remi e che, un po’ più a valle, i soldati scendono dalle navi. Sentito ciò, credendo che le legioni passino in tre punti il fiume e che tutti i Romani — impauriti dalla defezione degli Edui — volgano in fuga, i nemici dividono anch’essi le loro forze in tre parti.
Lasciatane una di presidio rimpetto al campo, mandata una colonna di minor importanza verso Metlosédo, perchè vada non più in là del punto in cui le navi si sono fermate, avviano le rimanenti truppe contro Labieno.
La battaglia di Lutezia dei Parisii.
- ↑ Probabilmente addetti allo stato maggiore di Cesare per disimpegnare, volta a volta, speciali missioni. La questione delle navi adoperate da Labieno in questo capolavoro di campagna di guerra contro i Parisii, ha dato luogo ad eleganti controversie, che riguardano essenzialmente i vocaboli «naves» e «lintres» (celto-illirico lontre); quest’ultimo usato al capo LX (E. Desjardins, op. cit., II, pp. 687-689).
- ↑ Forse nella pianura di Grenelle.