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| 202 | c. giulio cesare |
possano svellere, e non si lasciano sporgere all’esterno che i rami. Se ne fanno cinque file congiunte tra di loro ed intrecciate, talchè chiunque v’incappi resti infilzato su quelle punte acutissime. I soldati li chiamano «ceppi».
Innanzi a questi — in file oblique e disposte a scacchiera — si scavano buche profonde[1] tre piedi che si restringono a poco a poco verso il fondo e vi si piantano pali lisci della grossezza d’una coscia, acuminati ed induriti alla cima col fuoco, sì che non sporgano dal suolo più di quattro dita. Nello stesso tempo, per rafforzare e consolidare il tutto, si pigia la terra al fondo d’ogni buca per un piede di altezza, e per meglio nascondere il trabocchetto si ricopre il rimanente di ramaglia e di virgulti.
Se ne tracciano otto file — distanti tre piedi l’una dall’altra — e si chiamano «gigli» per la somiglianza che hanno con quei fiori. Davanti a questi, si piantano paletti lunghi un piede, muniti all’estremità superiore d’un uncino di ferro, si affondano al suolo e si disseminano da per tutto ad uguale intervallo. Sono denominati «pungoli» (stimuli)[2].
Le linee romane di circonvallazione.
LXXIV. - Compiuti questi lavori, Cesare, cercando il più possibile — conforme alla natura dei luoghi — l’appoggio del terreno, traccia, per lo sviluppo di quattordici miglia[3], una linea di circonvallazione, della stessa specie, ma rivolta in direzione opposta, cioè contro il nemico proveniente dall’esterno. E ciò perchè neppure una grande massa nemica — anche se Cesare debba assentarsi — possa avviluppare le difese romane o costringere i nostri ad uscire con pericolo fuori del campo. Intanto egli ordina che ognuno si procacci foraggio e frumento per trenta giorni.
L’esercito gallico di soccorso.