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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/211

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la guerra gallica – libro vii 205

rischio per la vostra salvezza, e non gettate per stoltezza, o per imprudenza, o per debolezza d’animo, tutta la Gallia in un’abietta e perpetua schiavitù. Se non sono arrivati per il giorno fissato volete per questo dubitare della loro fede e della loro costanza? E che? Credete forse che i Romani s’affrettino senza una ragione tutto il giorno nelle loro fortificazioni esterne? Se — essendo intercettata ogni via verso di voi — gli accorrenti non possono mandarvi i loro messaggeri, abbiate la prova del loro avvicinarsi dal contegno dei Romani stessi che, interroriti, lavorano giorno e notte. Qual’è dunque il mio pensiero? Fare quello che i nostri maggiori fecero nella guerra — neppur paragonabile a questa — dei Cimbri e dei Teutoni. Costretti a chiudersi nelle loro fortezze e duramente provati da una carestia simile a questa, essi sostentarono la loro vita con le carni di coloro che, per età, sembravano inadatti alla guerra e non s’arresero ai nemici. Anche se non esistesse questo esempio io non esiterei — per amore della libertà — a proporvi di adottarlo, come degno per la sua grandezza di essere tramandato ai posteri. Poichè, che cosa può avere di comune quella dei Cimbri e dei Teutoni con una guerra come questa? Saccheggiata la Gallia e rovesciateci addosso grandi sciagure, i Cimbri se ne andarono pure una buona volta verso altre terre, ma ci lasciarono però i nostri istituti, le nostre leggi, i nostri campi, la nostra libertà. I Romani invece non chiedono e non vogliono altro che stabilirsi nei campi e nelle città di ogni popolo, la cui fama e la cui potenza guerriera abbiano dato loro ombra, ed a questo popolo infliggere una perpetua schiavitù. Essi non fanno la guerra che per questo. Se voi ignorate quel che accade nelle nazioni lontane, guardate almeno la vicina Gallia che essi hanno ridotto a loro Provincia e, mutati istituti e leggi, hanno affidata alle scuri dei littori perchè la tengano in continuo servaggio».


LXXVIII. - Finita la discussione, decidono di far uscire dalla fortezza tutti quelli che — per malattia o per età — non sono atti alle armi e di tutto tentare prima di ricorrere al partito di Critognato; ma che anche a questo si ricorra qualora le circostanze lo impongano e gli aiuti tardino ad arrivare. Meglio questo che trattare di resa e di pace. I Mandubii — rifugiati in Alesia — sono allora costretti ad abbandonare la fortezza con i figli e le mogli. Arrivati alle linee romane, piangendo, supplicano per essere accettati come schiavi purchè si dia loro un po’ di cibo. Ma Cesare dispone sul vallo posti di guardia con l’ordine di tenerli lontani.