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| la guerra gallica – libro vii | 207 |
A loro volta i nostri cavalieri, slanciandosi all’inseguimento anche da altre parti, senza tregua incalzarono i fuggiaschi fino al campo. Quelli che erano usciti da Alesia, costernati, disperando ormai della vittoria rientrarono in città.
Il fallito attacco delle linee romane.
LXXXI. - Passato un giorno, i Galli[1] che avevano apparecchiato una grande quantità di fascine, di scale e di arpioni, a mezzanotte, uscendo in silenzio dal campo, s’avvicinano alle nostre linee nella bassura. Levato un improvviso clamore — che è il segnale per avvertire quelli della città del loro arrivo alla mèta — danno mano alle fascine e, con le fionde, con le saette, con le pietre, cominciano ad assaltare i nostri sul vallo ed a tentar la scalata. Frattanto, udito il clamore, Vercingetórige dà con le trombe il segnale ai suoi e li conduce fuori del campo.
I nostri — essendo stato ad ognuno ben fissato il posto nei giorni precedenti — corrono alle trincee e con palle di piombo, mazze e spiedi preparati lungo le difese, fanno arretrare spaventati i Galli.
Togliendo il buio ogni facoltà di discernere, da una parte e dall’altra si hanno gravi perdite. Le macchine scagliano innumerevoli dardi ed intanto i legati M. Antonio e C. Trebonio — cui è stata affidata la difesa di quel settore — dovunque scorgano troppo oppressi i nostri mandano loro rinforzi dai fortini retrostanti.