Vai al contenuto

Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/216

Da Wikisource.
210 c. giulio cesare

più dominanti[1] e fanno perciò avanzare le macchine che hanno condotto seco. Con una scarica di frecce mettono in iscompiglio i difensori delle torri; riempiono poi con terra e fascine i fossi e con le falci aprono brecce nella palizzata e nel parapetto.


LXXXVII. - Cesare manda in rincalzo il giovane Bruto con alcune coorti e poi con altre il legato C. Fabio, infine va egli stesso dove più aspramente si combatte a portare l’aiuto di truppe fresche. Risollevate così le sorti e respinti i nemici, s’affretta verso il luogo dove ha mandato Labieno: trae seco quattro coorti dal prossimo fortino, ordina che una parte dei cavalieri lo segua e che l’altra faccia il giro delle fortificazioni esterne ed assalga i nemici alle spalle[2]. Labieno — visto che nè le palizzate nè le trincee bastano ad arginare l’assalto nemico — raccolte trentanove coorti, che ha la fortuna di poter trarre dai più vicini presidi, comunica a Cesare ciò che ha stabilito di fare.


La vittoria - L’inseguimento.

LXXXVIII. - Cesare affretta il passo per partecipare alla battaglia. Conosciuto il suo arrivo dal colore del vestito, ch’egli usa portar sempre ben visibile nella battaglia[3], e vedendo gli squadroni dei cavalieri e le coorti di fanti da cui Cesare si è fatto seguire (poichè dalle alture si scorge tutto quel che avviene nel nostro declivio), i nemici attaccano battaglia. Un alto clamore si leva subito dall’una e dall’altra parte e si ripercuote nella palizzata e per tutte le linee. I nostri, rinunciando ai giavellotti, mettono mano senz’altro alle spade; quando, d’improvviso, alle spalle del nemico appare la nostra cavalleria. Altre coorti accorrono ed i nemici si danno alla fuga. I cavalieri si lanciano sui fuggenti e si fa una grande strage. E ucciso Sédullo, duce e principe dei Lemóvici, e l’arverno Vercassivellauno è catturato mentre fugge.

Si portano a Cesare settantaquattro insegne militari: di tanta massa nemica pochi soltanto rientrano incolumi al campo. Viste dalla fortezza la strage e la fuga dei loro, i nemici, disperando ormai della loro salvezza, fanno rientrare le truppe che assaltavano le nostre linee. Sentendo ciò, anche le truppe venute

  1. Forse il rialto di Flavigny.
  2. Sboccando probabilmente dal campo di Grésigny, per puntare sul tergo del Monte Rea.
  3. Il paludamento color di porpora di cui si rivestivano i generali romani.