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| la guerra gallica – libro vii | 211 |
in soccorso fuggono dal campo. Se i nostri non fossero stati stanchi per aver dovuto rincalzare più volte la lotta e per la grave fatica durata nella battaglia, tutte le forze avversarie sarebbero state distrutte. Dopo la mezzanotte, la cavalleria lanciata all’inseguimento raggiunge le retroguardie. Moltissimi sono i prigionieri e gli uccisi: gli altri tornano in fuga ai loro paesi.
Vercingetórige si arrende.
LXXXIX. - Il giorno dopo Vercingetórige — adunato il consiglio — dichiara ch’egli ha intrapreso la guerra non per personale interesse, ma per la causa della comune libertà, e poichè bisogna cedere al destino, egli offre ad essi la scelta: o dare soddisfazione ai Romani con l’ucciderlo, o consegnarlo vivo a Cesare. Si mandano per questo ambasciatori a Cesare ed egli ordina che si rimettano le armi e gli si conducano i capi. Egli si reca alle trincee davanti al campo e là gli vengono condotti i capi. Gli si consegna Vercingetórige e si gittano le armi ai piedi di Cesare. Messi a parte gli Edui e gli Arverni — con la speranza di poter riconquistare per loro mezzo quei popoli — distribuiscecome bottino gli altri prigionieri a tutto l’esercito, uno a testa.
XC. - Finite le operazioni, Cesare si rivolge agli Edui e la popolazione si arrende. Gli ambasciatori dell’Arvernia, arrivati là, promettono che eseguiranno gli ordini: comanda loro di mandare un grande numero d’ostaggi. Invia poi le legioni nei quartieri invernali e restituisce circa ventimila prigionieri agli Edui ed agli Arverni.
Comanda a T. Labieno di avviarsi verso i Séquani con due legioni e la cavalleria ed aggiunge a lui M. Sempronio Rutilo. Colloca il legato C. Fabio e L. Minucio Basilo con due legioni tra i Remi perchè non abbiano qualche brutta sorpresa dai vicini Bellovaci; manda poi C. Antistio Régino tra gli Ambivareti, T. Sestio tra i Biturigi, C. Cavinio Rébilo tra i Ruteni, con una legione per ciascuno.
Q. Tullio Cicerone e P. Sulpicio sono destinati a Cabillono[1] ed a Matisco[2] fra gli Edui, sulla Saona, per sopravvegliare all’incetta del frumento.
Egli decide di svernare a Bibracte. Pervenuto il suo rapporto a Roma si celebra un rendimento di grazie della durata di venti giorni.