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battaglia, perchè — se Ariovisto vuole affrontare la sorte delle armi — non gliene manchi il destro. Per altrettanti giorni Ariovisto tiene l’esercito chiuso in campo ed ogni giorno provoca a combattimento equestre.
Era questo un genere di mischia in cui i Germani erano molto provetti. Avevano seimila cavalieri ed altrettanti fanti, velocissimi e fortissimi, ognuno dei quali ultimi veniva scelto da qualcuno dei cavalieri in tutta la massa per propria difesa, talchè fanti e cavalieri affrontavano così insieme la battaglia. I cavalieri trovavano nei fanti il loro rifugio ed i fanti, quando la lotta dei cavalieri si faceva più aspra, accorrevano. Se un cavaliere, per qualche grave ferita, cadeva da cavallo, lo circondavano; se invece si doveva fare una scorreria più lunga del consueto o conveniva ritirarsi in gran fretta, tanta era la celerità che i fanti avevano acquistata con l’esercizio che — avvinghiati alla criniera dei cavalli — ne adeguavano la corsa[1].
Il nuovo campo di Cesare.
XLIX. - Quando Cesare si persuade che l’altro non sarebbe mai uscito dal campo, per non compromettere i rifornimenti sceglie un luogo adatto per accamparsi — circa un seicento passi al di là di quello in cui si erano fermati i Germani — e viene ad occupare il nuovo alloggiamento con le truppe disposte in tre schiere.
Ordina che la prima e la seconda schiera restino in armi e che la terza fortifichi il campo. Il luogo — come si è detto — distava dal nemico un seicento passi. Ariovisto manda colà circa sedicimila fanti leggeri, con tutta la cavalleria, perchè atterriscano i nostri ed impediscano loro il lavoro delle trincee. Malgrado questo, Cesare in conformità del suo piano ordina che le due prime schiere tengano lontano il nemico e che la terza attenda al lavoro. Fortificato il campo, vi lascia due legioni ed una parte degli ausiliari: le altre quattro legioni riconduce nel campo maggiore.
- ↑ Su questa tattica dei Germani si veda Tacito, Germ., VI, 4. Analoghi procedimenti erano pure usati dagli Iberi, Numidi, Macedoni ecc. e Cesare li rese regolamentari per gli ausiliari germanici nel 52 a. C. (Commentari, lib. VII, 65; lib. VIII, 13).