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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/97

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la guerra gallica — libro iv 91

bari e la cui manovra era più agile e spedita, si allontanassero alquanto dalle navi onerarie, ed — a forza di remi — guadagnassero il fianco scoperto dei nemici: di là, con fionde, saette e macchine belliche, incalzassero e respingessero l’avversario. Turbati infatti e dall’aspetto delle navi e dal modo di remare e dall’inusitato genere di guerreschi ordigni, i barbari si fermarono e cominciarono un poco a retrocedere.

Mentre i nostri soldati tuttora esitavano — massime per la profondità dell’acqua — l’aquilifero[1] della decima legione, invocati gli Dei perchè l’impresa riuscisse felicemente alla legione: «Saltate — gridò — o soldati in mare, se non volete consegnare l’aquila ai nemici: io certo farò il mio dovere per la repubblica e per il duce».

Ciò detto a gran voce balzò dalla nave e rivolse l’aquila contro i nemici. Allora i nostri, eccitatisi a vicenda perchè fosse scongiurata una tale vergogna, uscirono tutti fuori dalla nave e l’esempio trascinò quelli delle navi vicine che si fecero più sotto all’avversario.


XXVI. - Si combattè con accanimento da entrambe le parti. Ma i nostri non potendo serbare gli ordini, nè rannodarsi con prestezza, nè seguire le insegne, e dovendo raccozzarsi qua e là, chi da una nave e chi dall’altra, alla prima insegna che capitasse, si trovavano in serio imbarazzo. In contrapposto i nemici, conoscendo tutti i bassifondi, a mano a mano che vedevano dalla spiaggia i nostri uscire alla spicciolata dalle navi, spronati i cavalli, assaltavano gli impediti, accerchiavano in forze i drappelli, frecciavano in massa i nostri sul fianco scoperto. Accortosene, Cesare ordinò che si riempissero di soldati le scialuppe delle navi lunghe ed i battelli esploratori e li mandò in aiuto a quelli che aveva visto in situazione più critica. Non appena i nostri riuscirono a mettere piede sulla spiaggia, raggiunti da tutti i loro, attaccarono finalmente il nemico e lo posero in fuga. Ma non poterono inseguirlo a lungo, solo perchè mancavano i cavalieri, i quali non avevano potuto seguir la rotta e mettere piede nell’isola. Questo solo mancò alla buona fortuna che Cesare aveva avuto sempre.
  1. L’aquilifero della legione era assegnato alla 1ª centuria della 1ª coorte: in marcia procedeva alla testa della coorte, nel combattimento in coda. Ciò premesso, risalta subito il valore dell’iniziativa dell’aquilifero, cui può fare degno riscontro l’episodio del centurione Cesio Sceva, raccontato da Valerio Massimo (III, 2, 23) e citato anche da Plutarco (Ces., 16). Il peso dell’aquila legionaria era assai notevole (Floro, IV, 4) epperciò l’insegna non poteva essere portata che da persona assai gagliarda.