| Questa pagina è stata trascritta e formattata, ma deve essere riletta. |
| la guerra gallica — libro iv | 91 |
bari e la cui manovra era più agile e spedita, si allontanassero alquanto dalle navi onerarie, ed — a forza di remi — guadagnassero il fianco scoperto dei nemici: di là, con fionde, saette e macchine belliche, incalzassero e respingessero l’avversario. Turbati infatti e dall’aspetto delle navi e dal modo di remare e dall’inusitato genere di guerreschi ordigni, i barbari si fermarono e cominciarono un poco a retrocedere.
Mentre i nostri soldati tuttora esitavano — massime per la profondità dell’acqua — l’aquilifero[1] della decima legione, invocati gli Dei perchè l’impresa riuscisse felicemente alla legione: «Saltate — gridò — o soldati in mare, se non volete consegnare l’aquila ai nemici: io certo farò il mio dovere per la repubblica e per il duce».
Ciò detto a gran voce balzò dalla nave e rivolse l’aquila contro i nemici. Allora i nostri, eccitatisi a vicenda perchè fosse scongiurata una tale vergogna, uscirono tutti fuori dalla nave e l’esempio trascinò quelli delle navi vicine che si fecero più sotto all’avversario.
- ↑ L’aquilifero della legione era assegnato alla 1ª centuria della 1ª coorte: in marcia procedeva alla testa della coorte, nel combattimento in coda. Ciò premesso, risalta subito il valore dell’iniziativa dell’aquilifero, cui può fare degno riscontro l’episodio del centurione Cesio Sceva, raccontato da Valerio Massimo (III, 2, 23) e citato anche da Plutarco (Ces., 16). Il peso dell’aquila legionaria era assai notevole (Floro, IV, 4) epperciò l’insegna non poteva essere portata che da persona assai gagliarda.