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Pagina:Cesare - La guerra gallica, traduzione di Eugenio Giovannetti, Firenze, Le Monnier, 1939.pdf/98

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92 c. giulio cesare



I Britanni chiedono pace.

XXVII. - Sconfitti in battaglia, i nemici, non appena possono riannodarsi, si affrettano a mandare ambasciatori a Cesare per la pace, e promettono che avrebbero dato ostaggi e si sarebbero messi ai suoi ordini. Insieme con questi ambasciatori viene pure quel Commio atrébate che abbiamo visto sopra mandato da Cesare in Britannia. Non appena egli era uscito dalla nave, avanzandosi a mo’ d’oratore per riferire il messaggio di Cesare, i Britanni l’avevano catturato e messo in catene, e soltanto allora, dopo la battaglia, lo rimandavano.

Nel chiedere la pace, di quella violenza contro Commio danno la colpa alla folla e chiedono che si perdoni all’ignoranza.

Dopo essersi lagnato perchè — dopo aver mandati gli ambasciatori nel continente a chiedere pace s’erano messi senza ragione a fare la guerra — Cesare dice di voler scusare l’ignoranza ed ordina che gli si diano ostaggi.

Quelli, una parte ne consegnano subito ed un’altra parte, — che avrebbe dovuto venire da luoghi lontani — dicono che avrebbero consegnata tra pochi giorni. Ordinano intanto ai loro di tornare ai campi ed i principi cominciano a venire d’ogni parte per raccomandare sè stessi ed i loro popoli a Cesare.


Le difficoltà delle traversate.

XXVIII. - Consolidata così la pace, dopo quattro giorni dall’arrivo in Britannia, le diciotto navi di cui sopra parlammo — cioè quelle su cui si erano imbarcati i cavalieri — sciolsero finalmente gli ormeggi dal porto settentrionale[1] con un vento leggero. S’erano avvicinate alla Britannia ed erano già avvistate dal campo, quando sorse d’improvviso una tempesta tale che nessuna delle navi potè seguire la rotta ed, in parte, furono respinte là donde erano partite, in parte sospinte con grave pericolo verso la parte inferiore dell’isola che guarda ad occidente. Non servendo in tali frangenti le áncore e sotto la minaccia di essere sommerse nei flutti, esse dovettero adunque, in piena notte, riprendere il largo e toccarono alla fine il continente[2].
  1. Sul porto d’«Itius», sulla cui postura e storia esiste una intera biblioteca, sembra oramai si possa concludere in favore di Boulogne e littorale attiguo, tra Capo d’Alprech (Itium pr.) ed Ambléteuse (Portus Ulterior) (E. Desjardins, op. cit., I, p. 348 sgg. note e tavola 15; Corazzini, op. cit., p. 188 e sgg.; Jullian, III, p. 337 nota 8; Rice Holmes, p. 737).
  2. Rice Holmes, The classical Quaterley, III, 1909, pp. 26-39.