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238 Chi l’ha detto? [734-737]


Si fa colpa a Platone di aver tenuto poco conto del bel dono dell’intelligenza quando dette quella sua famosa definizione dell’uomo:

734.   L’uomo è un bipede implume.

Questa definizione, e la storiella che vi si collega, non hanno altra fonte che in Diogene Laerzio (De clarorum philosophorum vitis, dogmatibus et apophthegmatibus, lib. VI, cap. 2, § 40), il quale così la riferisce (cito la traduzione latina dell’edizione Didot, Parisiis, 1850, pag. 142): «Platone autem definiente, Homo est animal bipes sine pennis (Ἄνθρωπός ἐστι ζῶον δίπουν ἄπτερον), quum placeret ista ejus definictio, nudatum pennis ac pluma gallum gallinaceum [Diogenes] in ejus invexit scholam, dicens, Hic Platonis homo est. Unde adjectum est definitioni, Latis unguibus.» Ma è da notarsi che nelle opere di Platone nulla si trova di questo.

Invece la monca definizione, di Platone o d’altri che sia, fu completata da Boezio così:

735.   Homo est animal bipes rationale. 1

(Boezio, De consol. philosoph., lib. V, prosa IV ).

Miglior concetto dell’anima umana aveva l’Alighieri, quando disse:

736.   Non v’accorgete voi, che noi siam vermi
   Nati a formar l’angelica farfalla,
   Che vola alla giustizia senza schermi?

(Dante, Purgatorio, c. X, v. 124-126).

Degna di esser ricordata è pure l’altra frase dantesca che si applica felicemente a flagellare coloro ai quali simile dono divino è conteso. Essi trascorrono nel mondo come ombre, sono meno che nulla, e il poeta può passare sdegnosamente

737.   Sopra lor vanità che par persona.

(Dante, Inferno, c. VI, v. 36).

  1. 735.   L’uomo è un animale bipede ragionevole.