col quale si chiude il terribile e pietoso racconto del conte Ugolino e la cui interpretazione fu soggetto di lunga polemica. «Più fiera battaglia di quella non seguisse per Elena rapita al letto maritale da Paride, si combattè fra i critici al cominciare del secolo per questo verso, cagione di tanto tempo vanamente e inutilmente perduto», dice Giovanni Sforza che narrò distesamente la storia della noiosa controversia nel cap. II del suoi studi storici Dante e i Pisani (nel periodico di Bologna, Il Propugnatore, vol. I, 1868, pag. 673-687): e ancor più prolissamente espose le vicende della lunga logomachia il signor Domenico Cangiano nel volume: Il peccato di Ugolino (Caserta, G. Maffei e C., s. a.).
Ma questi pasti danteschi (un pasto di belva feroce, uno o due da antropofaghi) sono cose poco appetitose, e se vogliamo qualcosa che accomodi meglio lo stomaco, bisogna rivolgersi altrove, per esempio (nè saprei di meglio) al gran pontefice della gastronomia, il celebre Anthelme de Brillât-Savarin (1755-1826), autore della Physiologie du goût, donde traggo due aforismi, il IV e il XV:
1699.Dis-moi ce que tu manges; je te dirai ce que tu es.[1]
1700.On devient cuisinier, mais on naît rôtisseur.[2]
Al primo dei due aforismi si ispirò Lodovico Feuerbach, quando, nella prefazione alla Lehre der Nahrungsmittel für das Volk (Erlangen, 1850) del Moleschott, scrisse:
Der Mensch ist was er isst.
e quindi ad illustrare quest’aforisma pubblicò una memoria col titolo: «Das Geheimnis des Opfers oder der Mensch ist was er isst.»