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Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/11

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vii

Redi, del Magalotti, degli accademici del Cimento e nelle stupende opere del Bartoli, del Pallavicino e di altri pochi. Mancarono in tutto nella età di Giambattista Vico: il quale, per ciò che si appartiene al più conveniente abito del dire e dello scrivere italiano, fu aiutatore grandissimo e quasi padre del separaménto delle lettere dalle scienze. Dalla cui peste pochissimi allora si guardarono in Italia, e ne uscì maravigliosamente netto Gaspare Gozzi. Ma nel secolo in che viviamo e scriviamo, quanti sono coloro che vanno dietro ai felici passi di quello antico valore italo greco, il quale con legami fortissimi stringeva eloquenza e filosofia? E da sperare oggi questo felice congiungimento, che fece si lieta di ottimi e gloriosi studj la Grecia e l'Italia, quando noi cupidamente voltiamo gli occhi e i desideri agli usi che ci vengono di la da' monti e dal mare, e quindi moviamo a prendere e condurci in casa le nuove leggi di apparare lettere e scienze? Altri dice che ora abbiamo da' nostri piè e da' colli nostri sciolto e gittato via le antiche catene di una straniera e civile servitù. Io dirò: quando nelle opere degli studj e dello ingegno scoteremo e gitteremo lungi da noi le forestiere catene? Ma palesando tali pensieri sopra gli antichi e presenti tempi delle lettere, fo sembiante di avere dimenticato che parlo con voi, dottissimo cavaliere e professore; il qual potete di essi con altra facondia, con altra autorità di giudice ragionare. Onde prendo consiglio di tacermi: e di questa traduzione delle Paradosse di Tullio udrò volentieri il sapientissimo vostro parere.

Scriveva in Roma a' 14 di giugno del 1867.