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Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/36

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O iddii immortali, non intendono gli uomini quanto gran rendita sia la masserizia! Imperocché io vengo a' grandi spenditori, io lascio questo guadagnatore. Colui ha di rendita delle sue possessioni secento sesterzi, et io delle mie n'ho cento. Colui ha i tetti dorati in villa e gli spazii di marmo61: egli ha le figure di rilevo e dipinte e masserizie e veste d'infinita concupiscenzia. Quella spesa non solamente è secondo il frutto piccola, ma ancora secondo l'usura. Della mia povera rendita, trattene le spese, ancora v'abonderà qualche cosa di cupidigia62. Or adunque chi è ricco, o colui al quale manca, o chi avanza? o colui il quale abbisogna, o chi abbonda63? colui al quale la sua possessione quanto più è grande, tanto più cerca a mantenersi, o chi si sostiene colle sue forze? Ma perchè parlo io di me, il quale pel vizio de' costumi e tempi alquanto forse ancora sono rivolto nello errore di questo secolo? Marco Manilio, acciocché sempre io non dica de' Curii e de' Luscinii, a tempo de padri nostri fu povero uomo. Imperocché egli ebbe una piccola casa

nelle Carine et uno podere ne' Sabini64. Or siam noi adunque più ricchi di lui che possediamo più cose? E Dio volesse che noi fussimo: ma la misura delle ricchezze è diterminata non alla stima dello avere, ma nel vitto e nelle cose necessarie. Le ricchezze grandissime sono e certissime il non essere cupido di pecunia, non comperare per avere a spendere, ma essere contento delle cose sue. Imperocché se quelli callidi stimatori delie loro cose fanno di grande stima i prati e certe piazze et aie, perchè a tali possessioni non può essere nociuto, or di quanto pregio è da essere riputata la