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Giovanni Giuseppe Nicosia — Cinesi, scuola e matematica — Bologna, Italia — 2010

L’abbandono successivo degli studi logici ha forse origine nelle citate caratteristiche della lingua cinese che, oltre a non avere flessioni o concordanze non distingue tra sostantivi, aggettivi, verbi e le altre diverse parti logiche della frase1.

Scheda
Alcuni paradossi di Huizǐ (惠子)

(Fontana, 2006)

I) “Il massimo non ha nulla oltre se stesso ed è chiamato Il Grande; il minimo non ha nulla entro se stesso ed è chiamato Il Piccolo” (Kia-hwai, 1992).

Questo non ha la forma di un paradosso ma sembra piuttosto una comune proposizione. L’effetto paradossale si ha se si considera che massimo e minimo sono nomi, concetti astratti che non possono essere riferiti a nulla di concreto, perché ogni cosa è solo relativamente grande o piccola. La difficoltà linguistica inestricabile è qui nella semantica: “tutti gli esseri del mondo sono egualmente grandi se si mette in evidenza la loro grandezza, od egualmente piccoli se si mette in evidenza la loro piccolezza. (…) Chi capisce che il cielo e la terra sono eguali ad un granello di miglio e che la punta di un pelo è eguale ad una collina o ad una montagna, ebbene costui capirà il modo di calcolare le differenze” (Kiahwai,1992).


II) “Ciò che non ha spessore non può essere accumulato, eppure è così grande che può coprire mille miglia.”

Ad esempio un piano non ha spessore, e illimitato ed infinito, ma non è solido e dunque non può essere “accumulato” (Fontana, 2006).


III) “Il cielo e basso quanto la terra; le montagne sono alle stesso livello delle paludi.”

Alto e basso sono infatti concetti relativi. Un’altra interpretazione pone la relatività sul legame tra cose e nomi: “cielo” potrebbe anche essere attribuito alla terra e viceversa.


IV) “Il Sud non ha limite, eppure è limitato.”

Limitato ed illimitato sono concetti relativi: considerato in senso assoluto un punto cardinale non ha limite, ma in rapporto agli altri punti cardinali sì.


V) “Parto oggi per lo stato di Yue (越) e vi arrivai ieri.”

Nel caso che il soggetto sia giunto da Yue per dove era passato ieri e si accinga a tornarvi non c’è alcun paradosso. Escludendo questa possibilità rimane solo da pensare alla relatività dei riferimenti temporali: quel giorno che oggi chiamiamo”oggi” domani lo chiameremo “ieri”, quello che chiamiamo “domani” lo chiameremo “oggi”, e via discorrendo...


    una certa importanza. Nella filosofia confuciana esse rimangono marginali, ma non è insensato supporre che il dibattito tra diverse correnti di pensiero nell’Epoca delle Primavere e degli autunni (春秋時代 Chūnqiū Shidai) e nel Periodo degli stati combattenti (战国 Zhanguo Shidai) (cioè tra l’VIII ed il III secolo p.E.v.) fosse ben più articolato di quanto ci è arrivato in seguito ad una lunga storia di censure ed istituzionalizzazioni di saperi e filosofie. Il testo da cui sono tratte le citazioni e di poco precedente al Moismo ed alla Scuola dei Nomi.

  1. La questione del rapporto tra le caratteristiche della lingua e le elaborazioni logiche nella cultura matematica nel contesto cinese e piuttosto complessa e travalica i limiti di questo libro. Qui la sfioreremo ulteriormente nel capitolo 4. per ulteriori approfondimenti si rimanda a (Spagnolo F., Ajello M., 2008) ed agli altri lavori del GRIM (Gruppo di ricerca sull’Insegnamento/Apprendimento delle Matematiche) di Palermo che ha prodotto una notevole bibliografia di studi dedicati alla cultura matematica cinese.