Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/102

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una palla gli trapassi il garetto; ha un sughereto che gli rende come una parrocchia: è ricco, sì, ma non ha figli. A che serve la sua roba? Un patrimonio senza eredi è come un alveare senza api!

E così proseguì per un bel pezzo sebbene io l’ascoltassi con indifferenza.

— Egli è partito: hai veduto che cavallo aveva? Quello è un cavallo! Come, tu non lo hai veduto?

Eravamo fermi davanti al parapetto; nuvole bianche correvano sul ciclo turchino, il vento soffiava: io ricordavo il cavallo di zio Conzu e la mia terribile avventura infantile.

Vedendosi poco ascoltato, il marito di Banna tossì, raschiò, disse:

— Hai veduto come guardava Columba, che una palla gli sfiori l’occhio!

Allora mi volsi a guardarlo ed egli si curvò sul parapetto per sfuggire al mio sguardo. Ma io avevo già indovinato il suo pensiero e ciò che si tramava contro di me.

Tuttavia non dissi nulla. Studiavo Columba e speravo che ella parlasse spontaneamente, ma ella taceva e se io faceva qualche allusione fingeva di non capire, o non capiva davvero. Un giorno, prima di ripartire le dissi:

— Ascoltami, Colomba; io credo che i tuoi parenti abbiano piacere che tu ti dimentichi di me. Essi hanno messo gli occhi su un altro partito, certo più conveniente di me. Tu devi sapere qualche cosa, dimmi la verità: non ti domando che di essere sincera; e se tu vuoi io ti rendo la tua parola.

Ella mi guardò offesa e meravigliata.

— Nessuno può disporre di me contro la mia volontà. I miei parenti non mi hanno parlato di nessuno, e nessuno mi ha guardato. Se sei