Pagina:Colombi e sparvieri.djvu/119

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— Se ha da domandarmi qualche cosa lo faccia subito perchè devo partire.

Egli soffiò, si mandò indietro sulla testa il berretto e si grattò la fronte sudata.

— Beh, — disse bonariamente, — mi racconti qualche cosa.

Sedette sullo sgabello e appoggiò il gomito al letto: sudava, sembrava stanco. Io cominciai a rimettere in ordine la mia valigia ed a raccontare la scena con Columba e come sospettavo che il furto della cassettina fosse simulato. Il brigadiere non rispondeva, non mi interrogava, ma il suo respiro diventava sempre più lento e forte e in breve si mutò in un ronfare sonoro.... Dormiva.

Non si svegliò neppure quando Pretu arrivò di corsa per dirmi che attaccavano i cavalli alla corriera. Io gli diedi la valigia accennandogli di tacere e uscimmo ridendo silenziosamente.

Durante il viaggio raccontai l’avventura e i miei compagni risero; ma qualcuno scherzava oltre misura, proponendo di aprire ancora la mia valigia o di frugarmi addosso. Io mi sentivo triste, più che irritato: mi pareva che i miei compagni di viaggio si scambiassero sorrisi e sguardi ironici.

Quest’impressione mi durò lungo tempo; mi pareva che anche gli sconosciuti, se mi guardavano, prendessero verso di me un’attitudine sospettosa.

Per giorni e giorni vissi in un’attesa sempre più angosciosa; aspettavo mi richiamassero in paese, aspettavo una lettera di Columba, ma nulla arrivava, e questa dimenticanza invece di sollevarmi accresceva la mia inquietudine. Sogni tormentosi mi agitavano.

Lo scirocco di settembre rendeva afosa l’aria della città: mi sentivo debole, sfinito; avevo un